Io voglio ringraziare anche qua Maria, Joe e Giovanna che questo weekend mi hanno ospitato nell’ameno Veneto, riempiendomi di arte biennalista, (s)madonne della Salute e spriss. Un abbraccio nel Cristo.
E ora, qualcosa di parzialmente diverso. Una poesia di viaggio, venuta dopo la lettura di questo libro che peraltro vi consiglio.
Attenzione: nonostante alcune citazioni di cose realmente accadute, la fanciulla di cui si parla nella poesia NON coincide INTERAMENTE con la mia amica anziana Mestessa. Che voi non conoscete, ma sappiate che vi legge.
Come dei gabbiani ipotetici
Dalla mia alla tua casa con il treno
sono quasi cinque ore,
che proprio perché il mondo va veloce,
nonostante chiamarti al telefono
sia breve,
sono cinque lunghissime ore.
Aspettarti nel ricordo mi ricorda
che sono pochi i momenti
trascorsi assieme, poca cosa
la parola incrociata,
già persa nei giorni passati
senza voce in capitolo.
Quel che è stato è leggero.
Mi piace sgomberare certe cose,
non voglio che i ricordi stiano alla parete
come la ruggine ai chiodi.
I ricordi non sono promesse.
Eccoti nella sciarpa e nelle mani,
eccoti simile a come ti sapevo,
anche se nessun dettaglio
è al posto che gli davo.
La memoria è troppo poco per sapere.
Cerchiamo un titolo per la storia,
se tu sia donna ragazza o signora
nei trent’anni che consumi scavando
gallerie sotto il filo spinato,
grattando il palinsesto di Treviso
per dire che tu c’eri.
C’ero anch’io nel Novantuno,
non è il caso di aggiungerci alla collezione
delle piccole solitudini.
Non siamo gatti in fuga
sull’acqua di Venezia,
né frittelle annegate nell’olio
annerito dall’uso,
come i cuori degli uomini
e i culi delle pentole.
Se fossimo qualcosa
tu saresti un tetto, io un letto.
Insieme fa quasi una casa
o almeno una capanna,
o almeno qualcosa al riparo.
Io passo da una casa all’altra
come un baro che traffica le carte.
Se fossi la mia cartomante
potrei leggere meglio in questo gioco,
si vedrebbe la sabbia di clessidra
che spegne poco a poco.
Mi sento più solo dopo averti rivista.
La donna seduta qui accanto
non scrive parole
sulla rivista coi cruciverba cinesi,
ma piano prendiamo calore
come panni stesi o ravioli al vapore,
mentre la notte ci spegne il paesaggio
e io mi sento più solo e più sereno.
Non è niente, è la fine del viaggio,
o l’inizio, o un semplice viaggio in treno.
'Unfriend' è stata votata la parola dell'anno. Per celebrare degnamente l'evento, ecco la fesseria partorita dal sottoscritto.
Unfriend me
Un tempo le storie d’amore
contavano i sì
nel cavo della mano,
sotto i palmi la pelle trasmetteva
interminati messaggi.
L’amore tra noi è stato breve,
una manciata di caratteri
cancellati dalla sim.
Hai cambiato tariffa
come una donna a tempo,
mi sei morta in rubrica.
Ti sia lieve la Telecom.
Incredibile a dirsi, il poeta cui mi sono rivolto ha apprezzato le mie poesie. E mi ha chiesto di leggerne altre. Siccome però gli ho già mandato le migliori, sarà meglio che io mi metta d'impegno a scriverne altre. Per esempio questa (che rimarrà qua alcuni giorni, poi zac):
Forse davvero non volevi Milano,
contavi gli agguati in ogni dente
del Duomo e più del marmo ti pesava
la nebbia. I Navigli sepolti
portavano altrove mentre il ghiaccio
dei pensieri crepitava nel Campari.
Ci siamo tenuti la mano come i vecchi
il bastone, ci siamo bevuti l’amore
come i vecchi le battone.
Com’è stato che ci siamo perduti?
Mi ricordo che l’ultimo abbraccio
portava da me, rivedo i tuoi denti
in agguato sulla rotta.
La nebbia come scotta
se la baci.
Ci siamo persi a Milano senza un motivo,
caduti nel ghiaccio del Naviglio
come l’oliva nell’aperitivo.
Se scorreste il blog nelle pagine degli ultimi due o tre mesi, vedreste che ho cancellato le ultime cinque poesie pubblicate. Motivo: mi hanno proposto di inviarle all'attenzione di due poeti di mestiere, e in nessun modo voglio che mi si possa rinfacciare di averle copiate dalla rete, dato che qui sul blog non uso il mio vero nome.
Sono piuttosto dispiaciuto, ma può darsi sia una cosa transitoria, senza contare che posso inviare qualsiasi cosa in privato a chiunque lo desideri. Se poi qualcuno di voi lavorasse in Einaudi e mi volesse offrire un contratto, non sarò certo io a tirarmi indietro :p
Comunque non smetterò di postare poesie, questo è certo.
La vita è fatta di piccole solitudini, diceva Roland Barthes. Potrei mettere questa frase in esergo ai miei ultimi mesi, ma anche solo a quanto è successo ieri sera. È finita Harper’s Castle, una serie di Rai2, una tiratone notturna con gli ultimi tre episodi uno dopo l’altro, senza stacchi pubblicitari: ovviamente nessuno conosce Harper’s Castle. La forte impressione, diciamo pure il turbamento che mi ha suscitato resterà una cosa mia sola e confinata in quella sera.
Ero così scosso che ieri notte non riuscivo a addormentarmi. Allora ho anagrammato le lettere del mio nome e ne è venuto un inquietantissimo: ‘io, I was dead’. io, come 10, il mese in cui sono nato; io-I, lo stesso soggetto ripetuto 2 volte perché 2 è il giorno in cui sono nato. O morto.
Ma in tutto questo, la mia piccola solitudine sta nel fatto che ora voi vi starete chiedendo solo: hai un cognome che contiene la w? La risposta è no, ho unito la v del nome con la v del cognome.
(a parte queste scemenze, in realtà è un periodo molto sereno :D)
[poesia cancellata dall'autore]
Un re tutto casa e famiglia
- Ma non si sposa, Dragone Re?
- No, non si sposa.
- E non fa neanche un figlio?
- No.
- E allora quando muore chi diventa re?
- Eh, lui va da un drago alla sua altezza e gli dice: “ora tu sei il re!”.
- E quanto vive un drago?
- Ma un drago non muore. Per morire si deve ammalare dieci volte, ma non si ammala quasi mai.
- Però: se lui mangia tutto quello che ha intorno, quando intorno c’è solo il deserto cosa fa?
- Va in una nuova foresta!
- E la sua grotta?
- La brucia e ne costruisce un’altra nella foresta. Se gli servono i mobili li prende nelle case.
- Ma è troppo grosso, non ci entra.
- Basta alzare il tetto!
- Cugino 8enne, voglio prendere appunti, portami un block notes!
- Tieni. Scrivi: La sua vita…
La vita di Dragone Re
Il drago sente dei dolori che sta per morire; va correndo a cercare un drago alla sua altezza. Di colore era rosso, non era rosa come tutti gli altri. Quello che vedeva era tutto piccolo, appena le montagne erano alla sua altezza.
(- Cugino 8enne, questa più che la vita mi sembra la morte.
- Ma no, questa è la vita. Scrivi.)
Il vulcano era il suo nemico. Quando incendiava la foresta lasciava lì quello che aveva dentro alla sua caverna e scappò lui da solo e se ne cerca una nuova.
( - Cugino 8enne, quando cresci ti insegno a concordare i verbi.
- Vanno benissimo. Scrivi.)
Ma le sue ali volavano circa quattro metri perché era troppo grasso, come tutti gli altri. Non si sposava perché le draghe femmine dovevano attraversare un mare intero dove passano le navi per arrivare dove c’erano i draghi maschi. Solo che continuando a muovere le ali a metà mare si stancavano.
(- Cugino 8enne, hai appena inventato le galline.
- Scrivi.)
Il drago con la sua coda era capace di cucinare, a camminare faceva un po’ fatica, perché quando gli crescevano tanto le unghie si faceva un po’ fatica a toglierle dalla terra.
(- È finita?
- Finita. Adesso cosa fai, lo ricopi al computer?
- Nooo!
- Fai il disegno del drago?
- Ma l’hai già fatto tu!
- Ah già.)
Dragone Re
- Ehi cugino 8enne, ti regalo un libro.
- Ma io non leggo.
- Te lo regalo così impari a scrivere bene i tuoi racconti.
- Ma io scrivo solo racconti sui draghi.
- E come sono i draghi?
- Dragone Re è il più grande. La coda è lunga 5 metri, i denti 10 metri, il collo un chilometro, le ali 10 metri, le corna 5 metri, la pancia 2 chilometri, le zampe 20 metri, le unghie 5 chilometri, il fuoco che spara dalla bocca 10 chilometri, la punta della coda 5 chilometri.
- Il canone di Policleto. E cosa fa nella vita?
- Lui mangia gli animali, gli alberi, i cespugli, le case, quasi mai le rocce. Abita in una caverna in mezzo alla foresta. Mangia anche le montagne… anzi no, la neve sopra le montagne. Invece non mangia l’asfalto.
- Eh, neanch’io mangio l’asfalto…
- Ahah, ma tu non mangi neanche le case, cugino Lep!
Il re misericordioso e i suoi sudditi
- Ma a parte mangiare, il re cosa fa?
- Dà gli ordini ai suoi sudditi: distruggi la casa, cattura il coniglio, cattura la talpa!… E se non ci riescono li mangia.
- Che cattivo!
- Cioè, non li mangia subito. La prima volta basta che gli dici: “ecco, io ho provato a prendere il coniglio, ma lui è scappato, bla bla”, e allora lui ti fortuna (=‘perdona’. Il contrario è ‘infortuna’). Ti fortuna fino a quattro volte, poi però ti mangia.
(continua)
Domenica pomeriggio, mea culpa MissVì, ho votato alle primarie del PD. Le mie prime primarie: c’avevo pure un po’ d’emozione addosso, oltre ai soliti due bicchieri di rosso della domenica.
Il seggio stava nel comune accanto al mio, una cittadina di diecimila abitanti. In effetti due minuti di coda li ho fatti pure io. Considerando che l’età media era di 50 anni solo perché io e un giovanotto al seggio la facevamo crollare, più che per una scheda mi sembrava di essere in coda per ritirare la pensione. E se me l’avessero data non avrei rifiutato.
Comunque tutto si è svolto regolarmente: su un tavolino senza separé e con il tizio del seggio che è venuto a portarmi la ricevuta dei 2 euro mentre disegnavo le mie crocette. Privacy comunista.
Alla fine non mi hanno dato la mollettina, anzi l’ho scoperto dopo che nel resto dell’Italia hanno dato una mollettina ai votanti (sì, per turarsi il naso, devo prevenirvi che l’hanno fatta tutti ‘sta battuta). Ma io mi accontentavo anche di un bandierone del PD: credo sia l’unica bandiera al mondo che, senza nemmeno ragioni politiche o altro, mi mette allegria. Io vedo la bandiera del PD e sorrido; magari mi viene pure da ridere.
Ripensandoci, credo capiti a molti.
p.s. Trovo un po’ inquietante che il neo-segretario condivida con Silvio le prime tre lettere del cognome e il fatto di essere nato a Bettola (ok ok, quella di Silvio era una grotta a Betlemme, ma ci sono sempre le prime tre lettere in comune) (e tutto inizia per B. tutto!).